Sì amici. Migro.

Time to say goodbye.

Non perchè abbia trovato quello che stavo cercando, ma perchè è ora di andare.

Ricordate, sempre guardare avanti, mai indietro.

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Qualcuno mi sa spiegare perchè si dà l’opzione di rendere un blog privato, quando neanche le persone che inviti possono registrarsi a Tiscali???

Nelle istruzioni è chiaramente spiegato che posso fare accedere chiunque abbia un indirizzo email (Tiscali e non), ma poi la registrazione non è resa possibile a chiunque non abbia già un indirizzo Tiscali! Quindi le opzioni reali sono: o accesso a tutti, o a nessuno, o solo a chi ha un blog Tiscali.

Amici, ignorate la prima mail di invito.

Altre piattaforme blog, preparate un giaciglio, che NordKappp viene per restare!

 

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Ragazzi, dovete assolutamente leggere questo post

http://medbunker.blogspot.it/2012/03/il-cetriolo-della-salute.html

E’ un po’ lungo, quindi fatelo  se avete tempo, ma se lo leggete fatelo fino alla fine. Non solo e’ divertente, ma anche geniale. Esprime esattamente quello che penso dei media (ma leggetelo anche se non vi interessa quello che penso io!).

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Vi e’ mai capitato di avere un raffreddore talmente forte che le narici sono completamente tappate, ma proprio non passa un filo d’aria, e quindi dovete mangiare in apnea?

A me non era mai capitato fino ad oggi.

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Ci risiamo. Mi sembra di essere tornata a quasi esattamente due anni fa.

Il mio vecchio capo con disinvoltura mi manda un messaggio “Ciao come stai? Che ne dici di sentirci per telefono uno di questi giorni per un catch up? Chiamami a questo numero”.

Il mio vecchio capo, che da oggi chiamerò ExBoss (nickname meritato, visto che è stato mio capo e ex-capo per due volte, non una), è quello che lavorava con me nella mia vecchia azienda, che poi però se nè andato e dopo qualche anno mi ha offerto il lavoro per lavorare dove sono ora. Poi però se n’è andato di nuovo per fondare la sua azienda in proprio, portandosi con sè un nostro collega e anche qualche cliente.

Bene, ora si rifà vivo e mi chiedo cos’avrà in mente questa volta. Uno così ha sempre qualcosa per la testa, sempre in movimento, sempre in evoluzione, sempre verso l’alto.  Se mi offre di nuovo un lavoro gli chiedo se ha già pianificato la prossima mossa perchè farei a meno.

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Sabato sera una ragazza mi ha detto che assomiglio a Jennifer Aniston.

Era molto che non capitava, si’ lo so che ci assomiglio, sembriamo sorelle, grazie grazie.

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Ragazzi, dimenticatevi quello che vi ho detto qualche post fa. Mi sono innamorata di nuovo!

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Mi ricordo la prima volta che sono entrata in uno Starbucks. Mi ero appena trasferita in Scozia, ero alle prime armi con la lingua e col mio nuovo status di emigrata in terra straniera, e non avevo la più pallida idea di cosa fosse questo colosso americano. Sono entrata timidamente in uno dei caffè del centro ed ho ordinato un caffè con il mio inglese smozzicato. Al chè il tizio mi ha guardato con fare interrogativo e mi ha sparato un sacco di domande tutte di un fiato: “piccolo, medio o grande – americano o col filtro – normale o skinny – lo porti via o consumi qui…”. Non avevo capito niente, non sapevo la differenza fra un caffè americano e un filter coffee, non avevo idea che esistesse uno skinny caffè e non avevo pensato all’opzione di bermelo per strada, tant’è vero che ho risposto a caso, con imbarazzo, non senza chiedere di ripetere almeno un paio di volte, senza avere controllo su quello che dicevo…alla fine ero sudata, io volevo solo un caffè, nessuno mi aveva spiegato che ci voleva una laurea per ordinare un caffè!!
Ora dopo otto anni guardo indietro alla giovane me con tenerezza. Ora sono diventata un vero animale da caffè anglosassone. Li conosco tutti perfettamente, ho esplorato tutte le opzioni (tranne quei beveroni ghiacciati che mi si ferma la digestione solo a vederli preparare), e conosco anche la differenza fra le principali catene di caffè del paese: Starbucks, Caffè Nero, Costa Coffee. Per esempio so che Costa Coffee e Caffè Nero ti mettono due shot di caffè nel cappuccino invece che uno, e che da starbucks il caffè non te lo servono mai bollente perchè così è pronto da bere immediatamente, e che da caffè nero puoi prenderti l’acqua dalla brocca gratis, e che da costa fanno la moka più cremosa del pianeta.

Cose utili per la sopravvivenza.

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Oggi in pieno centro ho visto due mendicanti che bisticciavano per il posto. Uno dei due era incazzato perchè l’altro era seduto a mendicare “nella sua zona”. Allora l’altro gli ha fatto le due dita e gli ha detto di andare affanculo.

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BelliCapelli è incinta. E anche molto scioccata.

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E’ domenica 25 Marzo. La primavera e’ appena cominciata e questo fine settimana in terra Manc il sole e’ scoppiato, regalandoci un cielo terso e temperature di un giugno inglese fortunato. Sono seduta in un caffe’, guardo fuori la gente sorridente che passa per strada, gioiosa di inaugurare la bella stagione, non importa se questa notte abbiamo dormito un’ora in meno. Io sento energia dentro, una voglia incontenibile di vita, che mi fa sentire fortunata di essere viva.
Giuro che non mi drogo.

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…un pesce che ho comprato sabato mattina e congelato lunedi’ sera?

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Settimana scorsa ero a Newcastle per lavoro e mi sono fermata a un tal hotel Vermont, ottavo piano, stanza 815.

Ora mi trovo a Cardiff, e dove mi hanno piazzata? A un tal hotel Maldron, ottavo piano, stanza 815!

Spoooooooky……..

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Incominciamo con l’insegnarvi come si pronuncia. Aanach Iiigach, ma le ch non come ciaciacia’, ma pronunciate in gaelico, come quando un gatto vi soffia.

Beh insomma, l’ho fatta! Con pioggia, vento e freddo, come ci si puo’ aspettare se si va su una cresta, per di piu’ ad ovest della Scozia. La roccia era liscissima, scivolosissima, un passo falso e sei morto. Posso dire con tutta onesta’ di non essere mai stata in un ambiente cosi’ esposto, nemmeno quella famosa estate in Val Grande: burrone a destra, burrone a sinistra, si cammina su una lama di granito alta 1000 metri conficcata fra il Glencoe e il Ben Nevis. Ma ero con Guy (cioe’ non guy nel senso di ragazzo, ma proprio si chiama cosi’) che mi assicurava con corde e tutto nei punti piu’ pericolosi, quindi ora la smetto di vantarmi, perche’ in fondo e stato un pericolo piu’ che controllato.

L’unica cosa non positiva e’ che siamo stati in mezzo alle nuvole per tutto il percorso. Quindi niente Glencoe e niente Ben Nevis. Ma forse e’ meglio cosi’: di fronte a certe meraviglie incantarsi e’ facile e una distrazione puo’ costare caro.

Non vedo l’ora della prossima volta.

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Il problema e’ questo.

Sono tornata single da poco e sono felice. Mi sento leggera come una piuma e sollevata di una cassa di piombo dallo sterno. Voglio essere single per sempre. Se questo significa rinunciare ad avere figli allora rinuncero’ per evitare anni di prigionia ed infelicita’. 

Ora si sta facendo avanti un uomo straordinario, per cui ho sempre avuto una stima incommensurabile, nonche’ un’attrazione intellettuale senza precedenti (che ha sempre stimolato anche un’attrazione di tipo fisico non trascurabile…).

Ma io sono single e rimarro’ single.

Vedi titolo.

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Qualche tempo fa vi raccontavo che mentre camminavo in Scozia con un’amica ho visto un posto paradisiaco, una cresta mozzafiato da cui non riuscivo a distogliere gli occhi. Probabilmente voi non vi ricordate, ma io da quel momento ho continuato a pensarci, come una delle cose da fare nella vita, un giorno, in tempi migliori.

Bene. I tempi migliori sono arrivati. Ora sono leggera e libera come una libellula a inseguire i sogni e le passioni che colorano la vita.

L’undici marzo duemiladodici scalero’ l’Aonach Eagach.

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Lunedi’, ufficio, mattina presto. Una delle segretarie passa, mi sorride, mi fa l’occhiolino e mi dice “Dimmi la verita’, esci con Mario Balotelli?”. Io sorrido stranita, poi penso che sia una battuta per il fatto che Mario Balotelli e’ italiano, gioca nel Manchester City, lei e’ ossessionata col calcio, quindi accenno un “ah ah” e ritorno al mio lavoro.

Dopo mezz’ora passa un collega, mi sorride e mi dice “allora? Sei tu che esci con Balotelli no?” e divertito se ne va. Al che capisco che c’e’ qualcosa che non so. La cosa si rivela poi essere questa.

Il mio non e’ senz’altro un nome comune qui, e si capisce dal numero di volte che lo devo ripetere ogni volta che mi presento. Evidentemente per queste zone questa e’ una grande coincidenza. Pero’ ve lo dico per evitare ogni dubbio: non sono io!

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I pedoni si incazzano se un ciclista sale sul marciapiede. Pero’ un ciclista non si puo’ incazzare se un pedone cammina sulla ciclabile.

Gli automobilisti si incazzano se hanno un ciclista davanti, sulla strada, dove hanno tutto il diritto di essere. Pero’ un ciclista che si incazza perche’ gli automobilisti parcheggiano sulla ciclabile e’ uno sfigato che non ha una vita propria.

Ma vafffff….

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Qualche giorno fa ho fatto mezzo chilo di chiacchiere, prima di rendermi conto che mezzo chilo solo per me era davvero tanto. E così sono giorni che mangio chiacchiere e distribuisco profusamente ad amici e colleghi. I colleghi soprattutto sono molto molto contenti ma smetteranno di sorridere quando si accorgeranno quante ce ne sono ancora.

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Il blog di una compare immigrata mi ha ricordato che settimana scorsa c’era il festival di Sanremo. Oggi incuriosita da chi mai avra’ vinto, visito Rainews e mi rendo conto non solo di non conoscere il vincitore, ma nemmeno chi e’ arrivato secondo e terzo. Al che mi fermo e penso che ormai sono troppi anni per stare al passo.

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La mia giornata campale oggi comincia alle 6.00am, quando la sveglia del mio cellulare suona minacciosa da una fredda stanza di albergo della Big Smoke, per ricordarmi che oggi e’ la giornata del tanto atteso ‘breakfast seminar’ del mio team, quindi datti una mossa che devi anche lavarti i capelli. Inconvenienti vari con l’acqua (fredda) della doccia causano un problematico ritardo sulla tabella di marcia, che risulta nel panico totale al bussare della mia collega “Allora, sei pronta??”. Al che mi sbatto in faccia il trucco come posso e i pezzi mancanti di abbigliamento, ed eccoci fuori come ninja a volare verso la tube. Mi sento come Bridget Jones quando si trucca in macchina al buio per andare alla serata di gala di Mark Darcy, che poi esce con la faccia pasticciata. Proprio oggi che dovevo essere al centopercento.

Beh insomma arriviamo in ufficio e non facciamo nemmeno in tempo ad appoggiare la borsa che gia’ arrivano i clienti impazienti di entrare nell’auditorium ad ascoltare le ultime sull’efficienza energetica. Non si sa come e perche’, ma io e la mia collega ci ritroviamo a fungere da ragazze-accoglienza, perche’ sono ancora le sette e mezzo, e le receptioniost non sono ancora qui. E quindi improvvisiamo: “prego, i cappotti da questa parte, servitevi pure di te’ e caffe’ in fondo al corridoio”. Ho la vescica che mi scoppia , la faccia pasticciata, e la lingua felpata ma i clienti arrivano a fiumi e non ho tempo di andare a soddisfare i miei bisogni fisiologici. Proprio quando entro nella parte mi rendo conto che ho fatto tutta la mattina a chiamare i cartellini con i nomi con il termine “badgers” invece che “badges”. E lo so benissimo che badger significa tasso, perche’ i tassi sono protetti, e mi ritrovo sempre a parlare delle speci protette quando compilo i registri legali, pero’ per qualche motivo il mio cervello ha deciso di dimenticarsene temporaneamente, col risultato che faccio la figura della solita immigrata sudeuropea analfabeta: “Certo, le consegno subito il suo tasso“, “Jo, mi passi i tassi vuoti?” “Mi dispiace signore, non riesco a trovare il suo tasso, ma lei sotto quale nome si e’ iscritto all’evento?” e via dicendo.

Beh insomma finisce il seminario, tempo di cambiare l’acqua al pesce che gia’ volo verso il seminario numero 2 della giornata, al quale questa volta io sono fra gli speakers con la mia presentazione sul sustainable property management. Con la faccia pasticciata aspetto il mio turno, poi faccio la mia presentazione, qualche domanda, ancora qualche domanda, cazzo queste domande non finiscono piu’, ma com’e’ che sono tutti cosi’ interessati al sustainable property management oggi eccchecazzzzzzz. Finalmente le domande finiscono, il seminario viene concluso, e io volo verso l’evento numero 3 della giornata, un meeting a cui sono gia’ in ritardo di venti minuti. Sono le due, non ho mangiato, non ho bevuto, sono in astinenza da caffeina, ma devo andare a questo meeting in cui stanno aspettando tutti me. Entro, mi scuso, il meeting ha inizio, il meeting si svolge, e il meeting ha fine. Ora sono le quattro, non ho mangiato, non ho bevuto, ma per fortuna mi sono fatta una dose di caffe’. Finito il meeting, il mio capo va a casa perche’ e’ stanco perche’ si e’ alzato presto per il breakfast seminar. Io invece occupo una scrivania e lavoro perche’ domani ho una scadenza importantissima (oltre che un altro meeting). Tutti se ne vanno alle 5, si’ perche’ a Londra tutti finiscono alle 5, e non alle 5.30 come in tutti gli altri uffici (questa me la devono ancora spiegare), io pero’ rimango perche’ non ho finito. Alle 5.45 decido di terminare questa giornata: chiudo il computer, ritiro le mie cose, e quello che rimane di me si avvia verso l’albergo (freddo) per gettare le membra stanche su un letto (molle) ed abbandonarsi all’oblio fino all’indomani.

Barcollo ma non mollo.

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Oggi finisce un altro lungo capitolo della mia vita. Un’altra storia importantissima finita in frantumi. Un turbinare di pensieri mi tormenta e non mi lascia in pace nemmeno per un secondo, anche questa notte, perche’ si sa, in questi casi la notte non finisce mai. I ricordi mi ingolfano la ragione e mi riempiono gli occhi di lacrime, ma si guarda avanti, mi dico, non indietro.
Rimpianti? Forse qualcuno. Mentirei se dicessi che rifarei tutto allo stesso modo. Ma l’importante e’ imparare, no? E di cose ne ho imparate tante, e le mie lezioni le ho assimilate per bene, come quando studi per mesi per lo stesso esame. Per prima cosa ho imparato che se una cosa non va e’ inutile intestardirsi. Fa male (malissimo), ma se non va è meglio trovare il coraggio e non aspettare che le cose deteriorino fino a diventare disastrose.
E poi ho imparato che non posso salvare il mondo. Non posso con le mie sole forze tenere a galla una persona che si lascia affondare. Devo smetterla di prendermi delle responsabilita’ che non sono mie. Questo l’avevo gia’ detto dopo la mia storia precedente ma ho rifatto l’esatto stesso sbaglio.
Ora mi prendo cura di me e basta. Mi lecco le ferite, raccolgo i cocci e mi rifaccio una vita, da sola. Questa volta quando mi verra’ in mente di considerare qualcuno ci pensero’ due volte, e poi quando ho finito ricomincero’ a pensarci, e poi ancora, fino a quando non cambiero’ idea. Ora ho solo voglia di rifarmi di tutto il tempo perso, e di tutte le rinunce che ho fatto a vuoto in questo ultimo anno e mezzo.

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Poco fa vagavo per Boots alla ricerca di tappi per le orecchie nuovi (assolutamente indispensabili per la mia sopravvivenza visto che Tex russa come un camion lanciato in salita) e cosa mi ritrovo davanti? Una gamma di vibratori ultima generazione. Con tanto di instruzioni e consigli per l’uso. Per carita’, non voglio fare la pudica, pero’ trovarmeli li’ proprio ad altezza faccia fra le suolette per le scarpe e le vitamine per l’inverno devo ammettere che mi ha fatto un po’ senso.

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Gli inglesi, si sa, hanno un rapporto conflittuale con i cappotti. Molti inglesi non ne possiedono uno; del resto i cappotti sono per gli sfigati, quelli che al pub se li tengono in mano tutta sera. E poi li vedi in giro per le strade tutti infreddoliti, in jeans e maglietta, con le mani in tasca, che camminano irrigiditi, però sono fighi senza cappotto.

E questa concezione idiotica la trasmettono ai bambini. Con il freddo polare di questi giorni – che io affronto con maglione, doppio maglione, guanti e cappello da aviatore di pelo – ho visto un bambino in giro in felpa, tenuto per mano dai genitori. E ho visto una bambina con i capelli bagnati che camminava per strada come se niente fosse.

Gli devo fare un disegnino?

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Ieri sera ho scoperto che a Manchester e’ vietato avere un forno a legna. Ho sempre pensato che i forni a legna qui non ci fossero perche’ non capivano un cazzo, e invece non te lo fanno costruire perche’ aumenta troppo il rischio di incendio. Cosa si perdono.

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Un mia cara amica blogger ha accettato una sfida improbabile, ed ha fatto quello che doveva fare con semplicita’ e chiarezza formidabili. Quindi ora la palla e’ a me (anzi, ne avrete due belle grosse anche voi se decidete di leggere questo post). Quindi devo spiegare su che cosa sara’ la mia presentazione il 14 Febbriaio, il sustainable property management.

La societa’ per cui lavoro e’ una grossa azienda di consulenza di real estate. I nostri clienti sono grosse societa’ immobiliari, che comprano e vendono edifici per investire e generare un profitto. La mia azienda assiste questi clienti in tutti i passi di questo processo. Nella due diligence, nella valutazione, nella contrattazione, nell’atto di vendita, nella pubblicita’, nella stipulazione di contratti di affitto, nella gestione degli inquilini (che non sono inquilini domestici ma inquilini commerciali che occupano spazi nel loro edifici), e infine, nella gestione fisica delle proprieta’. Cioe’ avete presente quando entrate in un edificio commerciale, che c’e’ spesso una receptionist dell’edificio, e poi c’e’ il gestore dell’edificio, e poi tutti quelli che cambiano le lampadine, aggiustano gli ascensori, ecco, quelli sono nostri fornitori. Io sono in un dipartimento piccolissimo di questo mastodontico meccanismo, e fornisco consulenza ambientale ai clienti. Ci sono delle societa’ immobiliari che vogliono operare responsabilmente, che vogliono gestire le loro operazioni in modo da  minimizzare il loro impatto ambientale, e non solo, ma vogliono che “si sappia in giro” in modo da migliorare la loro imagine pubblica e attirare clienti inquilini o acquirenti che sono interessati a loro volta a questi aspetti. Il sustainable property management e’ proprio la gestione di un portfolio immobiliare che abbia delle procedure e delle strategie che consentano di ridurre le emission di CO2. Come? Massimizzando l’efficienza energetica, minimizzando l’uso di acqua, migliorando la gestione dei rifiuti, producendo piani di trasporto, instaurando comunicazione con gli inquilini, cercando di influenzare l’influenzabile, ottenendo credenziali ambientali, monitorando con la maggiore efficacia possibile in modo che l’interpretazione dei dati possa avere un senso e supportino il decision making.

Ecco se state leggendo queste righe vuol dire che avete avuto una pazienza colossale, e vi meritate un premio. Mi scuso per la mia spiegazione grottesca: la realta’ immobiliare mi era totalmente ignota fino a un anno e mezzo fa, visto che ho sempre lavorato come consulente ambientale in una societa’ ad impronta ingegneristica.

Ora pero’ la pianto, e vi prometto che nel prossimo post la cosa piu’ seria di cui si parlera’ saranno le doppie punte.

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Io odio parlare in pubblico. Odio fare presentazioni. Odio essere costretta a fare un discorso di fronte a decine di occhi che si aspettano che dica qualcosa di sensato. Purtroppo però con il mio lavoro queste cose ogni tanto le devo fare. Il mio capo mi ha chiesto di preparare una presentazione sul sustainable property management per trenta studenti che vengono da Copenaghen. PPPAM! Inchiodata al muro!

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Quando sono in giro per lavoro di solito mi mandano nelle topaie. E’ finito – almeno per ora –  il tempo dell’agevolezza, del non badare troppo alle spese di business: da quando il credit crunch ha colpito duro, le spese di tutti sono scrutinate, I budget drasticamente tagliati, e le liste di quello che NON SI PUO’ FARE sono state propinate con ogni mezzo. Niente piu’ viaggi in prima. Niente piu’ viaggi a Londra con biglietti aperti. Niente piu’ ampia scelta di hotel. Prendi quello che ti si e’ dato e stai zitto.

Beh insomma di solito quindi mi mandano nelle topaie. Settimana scorsa sono dovuta stare a Londra una notte, a Londra figurati, coi prezzi che ha, e quindi mi hanno mandato in questo Travelodge di periferia, che avevo paura a camminare per strada. Non aveva neanche il ristorante e ne ho dovuta camminare di strada per trovare un posto dove non facessero solo curry per mangiare un boccone prima di svenire su un letto molle in una stanza fredda.

Questa volta pero’ e’ girata la ruota! Sono a Cardiff per una notte, e mi hanno piazzato in questo Novotel con piscina, palestra, tutto scintillante e con staff sorridente…e’ successo qualcosa che non so??

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Stasera avrò quattordici persone a cena.

Wish me luck!!!

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La società per cui lavoro da un anno e mezzo a questa parte attira personale che in generale è molto diverso da me, specialmente le donne. Non che siano tutte antipatiche, per niente, ma sono di quelle tipe che comprano un vestito nuovo ogni settimana, un paio di scarpe nuove ogni due, che vanno a farsi la manicure, si fanno l’acconciantura, si fanno la lampada, usano borse firmate.

Tengo a precisare che non voglio criticare, del resto probabilmente loro mi considerano una trasandata troglodita. Questioni di punti di vista.

Però a volte le differenze pesano, soprattutto in un ambiente di lavoro dove ci si vede quasi tutti i giorni, e ci si siede a un paio di metri gli uni dagli altri. E soprattutto quando uno è già smaronato perchè il suo capo è un coglione, la ditta è in fallimento, e le vacanze sono finite. La cosa è resa ancora peggiore dal fatto che ultimamente BelliCapelli e MoZi (ModellaZitella) sono praticamente inseparabili, più perchè MoZi si è fissata su BelliCapelli e non la molla. Allora vanno a fare shopping insieme in pausa pranzo, confabulano sottovoce i gossip giornalieri, vanno via insieme (presto) dal lavoro. E insieme parlano di molte cose e si danno ragione a vicenda, rafforzando le loro opinioni, di solito su cose a cui non sono interessata, o cose che semplicemente mi fanno rabbrividire. Ultimamente hanno la scimmia del matrimonio, parlano sempre di matrimoni, si mandano i link di luoghi idilliaci dove si tengono banchetti nunziali, si descrivono abiti da sposa. Un po’ perchè MoZi è stata appena mollata dal suo ragazzo pluriannuale alla soglia dei quarant’anni (e quindi vede il sogno di un matrimonio in giovane età sgretolarsi ogni giorno di più), un po’ perchè BelliCapelli anche se non lo dice, anche se ha solo venticinque anni, non vede l’ora di convolare a nozze con il suo fidanzato mantenuto e nullafacente. E io mi ritrovo in mezzo a questi discorsi, in cui prego di non essere coinvolta perchè altrimenti sono costretta nella migliore delle ipotesi a fingere di essere d’accordo per mimetizzarmi col muro, oppure – se proprio non riesco a trattenermi – a dire veramente cosa penso, che tronca ogni possibile conversazione sull’argomento e mi fa apparire come una hippie fuori moda incazzata col mondo e la globalizzazione.Oggi è andata proprio così.

MoZi si commiserava dicendo che sarebbe stata sicuramente l’ultima di noi tre a sposarsi visto che era l’unica single, e poi ha puntato i suoi occhiali di Gucci verso di me e ha detto:

“E tu? Credi che Tex ti metterà presto l’anello al dito?”

Io, contrariata dal modo in cui è stata formulata la frase più ancora del fatto di essere interpellata sull’argomento, ho risposto che non ho intenzione di sposarmi per nulla, e che se dovessi cambiare idea non terrei mai un bachetto nunziale in uno di quei posti esotici ma una grigliata nel giardino di casa mia, non avrò una lista nozze, non affitterò una macchina per fare la grande entrata, e mi farò fotografare da mio fratello.

Come previsto, è calato il gelo.

Pazienza.

Se davvero mai mi sposerò, c’è una cosa del tradizionale grande giorno che sicuramente manterrò se possibile. Mi farei accompagnare a braccetto dal mio papà.

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So bene che è tardi per parlare di Capodanno. Ormai il break natalizio è andato e sembrano passati secoli. Però il magnifico capodanno passato in mezzo alle montagne merita almeno un piccolo post.

Otto amici, un bivacco a 1800 metri, una stellata mai vista prima hanno reso questo primo dell’anno uno dei migliori trascorsi nella mia età adulta. La scarpinata carichi come somari per raggiungere il sito designato è stata premiata con un paesaggio da sogno all’arrivo. Durante questa avventura ho imparato che:

  • le ciaspole quando si sale sono di grandissimo aiuto ma quando c’è poca neve in discesa in sentieri stretti sono una rottura di maroni;
  • meglio portare più vino e meno superalcolici!

Nella foto qui sopra mi si vede con indosso i miei nuovissimi scarponi ramponabili. E il massiccio sullo sfondo? Il Monte Rosa! Sette mesi alla spedizione!!!!!

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La casa dei miei in Italia è un buco nero. Se non stai attentissimo a dove lasci la roba, quella sparisce e non la rivedrai mai più. C’è un vortice che risucchia tutto e non restituisce, e chi ha visto The Wristcutters sa benissimo cosa intendo. Quindi quando torno per le vacanze nascondo tutti gli oggetti di cui ho bisogno o di cui penso di poter aver bisogno nei prossimi dieci anni nella mia cameretta, sugli scaffali alti sopra la scrivania. Basta una minima disattenzione, basta appoggiare qualcosa di sbagliato sulla mensola sbagliata e te la sei giocata per sempre. Live and learn.

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Ragazzi, ieri ero in un negozio a comprare un biglietto di Natale, ho visto questa vignetta e non riuscivo a smettere di ridere. Mi guardavano tutti.

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Ogni inverno mi iscrivo in palestra per tre mesi. Mi aiuta a non prendere la scusa di freddo, neve, ghiaccio e vento per non fare attività sportiva. E ogni anno rifamiliarizzo con il concetto che certi personaggi esistono. Tipo quelli che sono così orgogliosi, ma così orgogliosi del loro fisico perfetto che non riescono a distogliere lo sguardo dallo specchio per confermarsi che sì sono perfetti. Oppure quelli che si allenano col cappello, sapete quei cappelli da gnomo che non appena giri la testa ti cadono. Pantaloncini corti, canotta, ma cappello. Comodo. Oppure le amiche che vanno in palestra SOLO IN COPPIA. Non le vedi mai da sole, sempre con la loro amica, e sempre a usare attrezzi vicini (mai separarsi!), sempre truccate, con i capelli perfettamente in piega, ma soprattutto senza mai fare esercizi che ti possano fare apparire troppo scomposta, tipo il tapais roulant, mica che si sudi! Oppure quelle che ci vanno sul tapais roulant però lasciano i capelli lunghissimi slegati, che dà fastidio guardarle.

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C’e’ qualcuno che conosce un modo per farmi smettere di mangiare e bere in modo spropositato in questi giorni? Perche’ tutto e’ cosi’ drammaticamente invitante?

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Adoro il vin brule’ caldo caldissimo in una tazza fra le mani quando fuori fa freddo, freddissimo.

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Un paio di post fa si parlava di parassiti, e di sisalvichipuò panico, e di gente che non si sa bene cosa faccia.

Oggi ricevo un invito elettronico a un meeting a febbraio da un tizio della mia azienda che non ho mai visto nè sentito. Il meeting si intitola ISO 14001. Incuriosita, rispondo al tizio chiedendo il motivo dell’incontro, e rendendomi disponibile a fornire ogni informazione che avesse bisogno, visto che io sono la ISO14001 della mia azienda. Il tizio mi risponde (al chè vedo che il suo dipartimento è Quality Assurance) dicendomi che ha organizzato la riunione per spiegarmi cosa mi devo aspettare dalla visita ispettiva a marzo.

Scusa?

Ma tu lo sai a quante visite ispettive ho assistito? Ma tu lo sai che i clienti chiamano me per aiutarli nella loro visita ispettiva?? Cioè, è come se uno che ha appena fatto un corso di cucina di una settimana va da Giovanni Rana per spiegargli come si fanno i tortellini.

Mi scuso con chiunque trovi questo post arrogante, ma ci sono pochissime cose di cui mi sento sicura, e una di queste è la mia competenza sulla ISO 14001. L’altra è il mio dritto a tennis, ma questa è un’altra storia.

 

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Quando la disgraziata se n’è andata dal MIO appartamento, ho potuto prendere il controllo di certe cose che prima erano co-gestite. La prima cosa che ho fatto è stata cambiare società elettrica. Ora l’energia che uso nel mio appartamentino è al 100% procurata da fonti rinnovabili.

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La mia azienda sta per essere acquisita da un’altra società. Codesta società è australiana, con nessuna copertura nel Regno Unito. La mia azienda conserverà dunque il nome e il logo perchè il suo branding da queste parti è molto conosciuto – più per le glorie passate (gestivamo il Gherkin….) che per quelle presenti. Un colosso in decadenza. Un gigante marcito dentro, mangiato vivo da parassiti ingordi e voraci che hanno ingurgitato avidamente tutto quello che capitava a tiro.

Il morale negli uffici è altalenante. In certi momenti si respira speranza che le cose migliorino, perchè – diciamocelo – peggio non si può. La positività però è inquieta, sempre alternata al panico, si-salvi-chi-può panico. Non se ne parla nemmeno più, nessuno sa cosa dire, nessuno sa cosa accadrà. Una cosa è certa: ci saranno delle ristrutturazioni fondamentali. Qualcuno finalmente guarderà quel quaderno con scritti tutti i nomi e i numeri, e chissà che sia la volta buona che tutta la merda venga pulita, tutto il pus venga drenato, e che rimangano le persone che fanno quello che la nostra azienda fa, e cioè la gestione immobiliare, e cioè gestire edifici, valutare proprietà, vendere, comprare, affittare. Perchè  sembra che si sia persa la direzione, visto che  qui c’è un sacco di gente che non si sa bene cosa fa.

Io me ne sto nella mia nicchia.  Dal mio angoletto da dietro al vetro guardo il formicaio in agitazione, vedo correre di qua e di là, trasportare, nascondere, scappare, aggrapparsi. Io me ne sto ferma. Probabilmente rimarrò in mutande ma io non prendo parte.

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La mia collega mi sta tirando scema. Premetto che è una persona generalmente piacevole, per cui se non lavorassimo insieme non mi starebbe sulle palle, anche se probabilmente non mi fiderei di lei per ovvie ragioni. Però ultimamente sta rasentando l’assurdo e le mie palle si stanno pericolosamente gonfiando vicino ai livelli di rottura. E’ chiaro che del lavoro che fa, che poi è lo stesso che faccio io, non gliene frega niente. E’ chiaro solo a me, perchè nessuno dei nostri capi ha sede nel nostro ufficio e vede quello che succede. Mentre io lavoro come un somaro, arrivando tutti i giorni un’ora prima e uscendo spesso tardi, BelliCapelli arriva tutti i giorni alle 9.01 e se ne va alle 17.20. Fino a qui è accettabile. Ma quando comincia a dirmi che quando va dai clienti esce tre ore prima e si imbosca, vi dico che cominciano a girarmi le palle, e in modo vorticoso. L’altro giorno mi ha detto che aveva intenzione di mentire al suo nuovo line manager sui giorni di ferie rimasti. Venerdì scorso è andata da un cliente il mattino per un lavoro di due ore, e poi ha spento il telefono e chi s’è visto c’è visto. Ieri è arrivata tardi perchè non è suonata la sveglia. Due mesi fa mi ha detto che doveva uscire alle tre per andare dal dentista e una settimana dopo mi ha detto che non era vero e che è andata a casa a guardare la televisione.

E io intanto sgobbo, ho le occhiaie e dormo male.

Oggi il nostro direttore ci ha detto che dobbiamo scegliere se andare alla festa di natale di Manchester o di Londra, ma che non potevamo andare a tutte e due. Non appena il direttore se n’è andato lei mi ha immediatamente riferito che sarebbe andata a tutte e due le feste. Anzi, vi dirò di più: ogni tanto andiamo a pranzo con due ragazze di marketing, una delle quale è come lei (ed è pure pagata più che profumatamente). Questa deficente ha organizzato un nostro pranzo di natale privato, solo per noi quattro, e ci ha detto assolutamente di non fissare riunioni nel pomeriggio perchè staremo fuori.

Come staremo fuori?

E al mio capo chi lo dice?!?Io non è che voglio fare la secchiona, ma cazzo non è che mi posso prendere un pomeriggio libero…COSI’!! Quando poi le metti insieme, questa qui di marketing e BelliCapelli, non c’è limite. Una volta mi stavo quasi ribaltando dalla sedia quando quella di marketing si lamentava che l’azienda non faceva abbastanza iniziative “per la comunità”. Per esempio, durante il Manchester Day (un giorno normale in cui il comune ha deciso di dare un significato di solidarietà), l’azienda avrebbe dovuto incoraggiare tutti gli impiegati di Manchester a partecipare alle pomeridiane feste per strada.

Scusa?!?

E poi è stata bella quando BelliCapelli si lamentava che sempre l’azienda non faceva abbastanza per favorire le uscite sociali fra colleghi. E quelle che fanno non vanno bene, perchè organizzano solo dopo le cinque e mezza, e quindi è ormai ora di andare a casa. No! L’azienda dovrebbe organizzare uscite durante il pomeriggio. Al chè mi sono imbufalita e le ho detto che se davvero pensava che dovesse essere PAGATA per socializzare con i colleghi allora non aveva capito niente.

Io certe cose proprio non le voglio sentire. Mio fratello mi dice che sono come Hitler. E forse è vero, però cazzo, vedere che c’è gente che non ha il minimo senso del dovere, la minima passione per quello che fanno, e che non aspettano altro che giri la testa per mettertela in culo, a me fa cadere i coglioni!

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Devo smetterla di comprare marche di pasta della minchia. Ho preso 5 chili di penne Asda che sono vomitevoli; devi scegliere fra il mangiarle crude (non al dente, crude!) o scotte. Non esiste la via di mezzo. E il chilo di spaghetti Tesco? Meglio sorvolare…

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La vedete questa cima?

Rifugio Capanna Regina Margherita alla punta Gnifetti

E’ punta Gnifetti, una delle cime del Monte Rosa. Cliccando qui, si può vedere cosa si vede da lì in ogni momento, anche proprio adesso. Toglie il fiato.

E la vedete quella casetta proprio sulla cima? E’ la Capanna Margherita, il rifugio più alto d’Europa, a 4,554 metri s.l.m.

Quando mio papà stava male, mio fratello ha fatto una promessa. Ha promesso che se nostro papà si fosse ripreso avremmo scalato il Monte Rosa.

Spedizione pianificata per Luglio 2012.

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Sono passati diversi giorni dall’ultimo post. Sono stati giorni molto intensi, tanto che mi sembra passato un secolo.

Mio papà sta bene. Non si è ancora ripreso del tutto, è ancora debole, è ancora in ospedale, deve ancora cominciare la riabilitazione, ma c’è, è lui, si ricorda chi è, chi siamo, e dov’era la sua vita prima che l’incidente l’abbia fatta tremare.

Questi lunghissimi giorni sono stati un’esplosione di emozioni di fronte alle quali la ragione è stata messa in ginocchio, legata con le mani dietro la schiena, ferma a guardare privata di ogni potere decisionale. Incredulità, panico, disperazione, PAURA. Sensi di colpa, irrequietezza. Pazienza, devi avere pazienza. Ma poi ancora paura.

Avete mai avuto paura?

E poi l’aggrapparsi a due paroline dette distrattamente da quel medico arrogante e ripetersele, e farne una ragione per trovare pace per qualche ora, almeno qualche ora di sonno.

E poi un segnale, una parola detta che fa capire che lui c’è, è ancora qui, uno sguardo che mi riconosce, uno sguardo che riconosco, ma allora c’è! E da lì a cascata i miglioramenti, “oggi ha contato fino a tre”, “oggi ha indicato le persone scritte su un foglio” “oggi mi ha fatto i gesti per dirmi di innaffiare i fiori”, tutte cose piccolissime che però erano grandissime per noi, che non lo lasciavamo da solo un attimo, neanche di notte, e che ci telefonavamo ogni cinque minuti per dircele. E l’affetto delle persone che hanno condiviso con noi giorno dopo giorno il dolore e poi la gioia, quello non posso descriverlo.

C’è ancora tanta strada da fare, ma noi siamo felici. Io, mia mamma, i miei fratelli. Questa sofferenza (finita bene) ci ha uniti e consolidati come non lo sentivamo da tempo. Sentirsi, accordarsi, cooperare, raccontare, condividere, sorreggersi, aiutarsi. Siamo cambiati tutti, e anche se come speriamo tutto riprenderà come prima, noi non saremo più gli stessi. Tutto quello che conta è nelle nostre mani e questa volta non ce ne dimenticheremo.

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Ci vuole un attimo per cambiare tutta la tua vita. Lo sanno tutti ma non so quanti davvero ne abbiano piena coscienza. Probabilmente quei pochi che l’hanno passata sulla loro pelle.

Un secondo di distrazione, un abbaglio momentaneo, o un semplice (stupido) errore di valutazione di un guidatore di un furgone bianco dei parcheggi Malpensa è costato a mio padre una caduta in bicicletta che avrebbe potuto rubargli la vita. Fortunatamente ha una zucca dura. Ma vederlo su un letto di ospedale che potevo spiare solo di nascosto dall’angolo di una finestra in una notte che non finiva mai, mi ha ricordato quello che pensavo di sapere. E cioè che il novantanove per cento di quello di cui mi preoccupo sono tutte cazzate. Che  l’unica cosa che conta veramente nella vita sono le persone a cui vuoi bene. Tutto il resto non conta. Tutti gli altri problemi te li sei creati tu, e se vuoi li puoi soffiare via con uno sbuffo come polvere su un oggetto vecchio. La vita è ora. Sii con chi vuoi essere. Sii dove vuoi essere. Adesso, non domani, perchè in un attimo potrebbe non essere più possibile.

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Chi non viaggia in treno non sa che cos’è la versione urbana di lotta per la sopravvivenza. Il concetto mi è divenuto familiare durante il mio pendolarismo universitario: sette anni di Gallarate-Milano tutti i giorni hanno reso l’idea piuttosto chiara. Ora sono una delle poche anime fortunate che vivono ad una distanza ciclabile dal proprio posto di lavoro, per cui il viaggio infernale nei treni caldissimi, sudatissmi e pigiatissimi dell’ora di punta è stato sostituito da un planare leggero e silenzioso sulle piste ciclabili cittadine. Ma quando mi capita – come oggi – di andare nel nostro ufficio di Londra per qualche riunione, tutto torna in superficie. La stazione di London Euston alle cinque e mezza del pomeriggio è un’affollamento di teste rivolte verso La Mecca, il tabellone delle partenze, dove tutti gli sguardi sono incollati alla riga del loro treno, e dove da un momento all’altro deve comparire IL NUMERO DEL BINARIO. E tutti guardano in sù, e gente nuova arriva e si ferma e si mette a guardare in sù, e il binario non appare mai e la gente aspetta e ancora niente, appaiono i binari degli altri treni ma il tuo no, fino a quando finalmente appare. E allora assisti ad uno spettacolo raccapricciante che è letteralmente una CORSA al binario, dove tutti cercano di passare davanti. Le signore col trolley di solito sono avvantaggiate perchè riescono a creare una certa distanza dietro di loro che rende difficile il sorpasso. Quelle con i passaggini li usano come arma di distruzione: devono passare prima loro a qualunque costo, non importa quanti piedi schiacciati (se poi avete fatto caso a come i passeggini oggi assomiglino a dei carri armati, capite perchè molti decidano di tenersi alla larga). Ma quello che è ancora più raccapricciante è che nella tratta Londra – Manchester la maggior parte dei posti sono riservati,e quindi ti chiedi PERCHE’ corrono tutti? Ma la concitazione e’ talmente contagiosa che finisci per correre anche tu.

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Da emigrata pluriennale dico che secondo me è un’utopia pensare che dopo tanti anni in un paese straniero si arriva a parlare la lingua come la propria lingua madre. O magari sette anni non sono poi così tanti e quindi devo aspettare ancora qualche tempo per decretare. Ma se è vero che si può arrivare al 99% della comprensione e proprietà di linguaggio, il 100% non lo si raggiungerà mai. Come quella curva asintotica che si avvicina e si avvicina e si avvicina però quella maledetta retta – dannazione – non la tocca mai, neanche all’infinito.

Questi pensieri sono scaturiti da un’intera giornata di audit trascorsa a Glasgow. E non importa se ho vissuto in Scozia per un anno, e non importa se il cliente lo conosco bene, e so di cosa sta parlando, e mi interessa l’argomento, certe cose devo proprio intuirle. E cercare di intuire parole da meri suoni gutturali può essere molto difficile. Come quando tutto eccitato mi dice che di fronte all’edificio stanno girando un film con Tom Hanks e Halle Berry. Come si chiama? Di cosa parla? Lo scopriremo quando uscirà al cine. E intanto devi mettere a punto quelle frasette che vanno bene in ogni situazione, tanto per mandare avanti la conversazione e avere più elementi per intuire; bisogna solo stare attenti a non generare una risata quando invece la cosa che ti stanno dicendo è triste, molto triste.

Ma Glasgow non è l’unica mia sfida. Se c’è qualcuno che pensa che il londinese sia facile da capire, allora si guardi “The Business” in lingua originale, e poi mi dica se crede ancora che nella Big Smoke tutti parlino come la regina. Sì perchè voi lo sapete che questi pazzi furiosi che parlano il “cockney” si sono inventati una delle regole più bizzarre che io abbia mai sentito in vita mia? E cioè che invece che dire la parola che vogliono dire, ne dicono altre due che non c’entrano niente, di cui però una fa rima con la parola che vogliono dire. Cioè come se vi dico: “mi passi zia Emma”? Però in realtà intendo penna, non zia Emma. E tu devi capire!! Roba da camicia di forza…

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Andare in campeggio in Scozia è un grandissimo rischio. Prima di partire ti devi fare una ragione del fatto che molto probabilmente pioverà, e che quella sensazione di umido nei vestiti e nelle ossa ti accompagnerà per gran parte della vacanza. E quindi molti, spesso rinunciano.

Però quella volta che ti intestardisci ad andare contro le previsioni del tempo, contro la pigrizia, e contro il richiamo di un letto caldo e asciutto, e nei momenti in cui la pioggia smette, e il cielo si libera, e tutto diventa limpido e pulito, allora ti ricordi del motivo che ti ha spinto lì. Perchè del resto la Scozia non sarebbe così se non fosse per la pioggia. Verde, verdissima, tanto che alcuni paesaggi sembrano finti, e invece ce li hai davanti e sono proprio veri.

In questi tre giorni sulle Highlands le fasi descritte le ho passate tutte. Qui sotto siamo io e Elaine (chi avrebbe potuto accettare questa proposta se non lei??) in cima al Ben Nevis. Dopo una scarpinata da zero a 1344m.s.l.m. le nuvole che costantemente assediano il rilievo non hanno neanche considerato l’ipotesi di regalarci uno scorcio di panorama. Non in quel momento, non per noi.

Ben Nevis

Poi però il mattino dopo, esci dalla tenda e vedi questo:

Mattino

e allora fai pace col mondo.

Qui sotto dopo un’altra sfacchinata di sei ore e qualcosa, indico il Glencoe alle mie spalle.

Glencoe

Purtroppo non ho foto belle. Solo quelli di voi che hanno avuto l’opportunità anche solo di passare in macchina per la valle del Glencoe possono capire la sensazione di desolazione, isolamento, e inquietudine che può provocare. E questa foto è stata scattata pochi momenti prima che vedessi Lei. La mia prossima meta. La cresta dell’Aonach Eagach. Prima devo trovare qualcuno che voglia farla con me, e poi, forse, questo desiderio si materializzerà. To be continued….

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Oggi sono stata in piscina per la prima volta dopo oltre sei mesi. Col fatto che questa stagione sto frequentando gli ambienti dell’Outdoors Swimming (che detto così sembra tanto figo ma in realtà sono il canale, qualche lago fangoso e qualche diga abbandonata..), in piscina non ci sto mettendo piede da tempi addietro. Dunque oggi, col fatto che col Bank Holiday il canale è chiuso, ho pensato fosse una buona occasione per fare pace con la vasca clorata.

Ebbene non me la ricordavo così. L’acqua mi sembrava così ferma, così pesante, che mi sembrava di nuotare in un fluido denso. Niente vento, niente onde. E poi l’acqua calda, insopportabile. Onestamente non vedevo l’ora di uscire. Sarà difficile ritornare sui miei passi quando l’estate sarà finita (e i laghi saranno ghiacciati..). Forse è ora di trovare un’altro passatempo.

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